Il primo ruolo importante della mia carriera è arrivato con Eliot il drago invisibile, il film Disney che aveva un drago a cartone animato come protagonista. Io prestavo la voce al suo migliore amico, un bimbo di 7 anni, all’epoca mio coetaneo. Ma naturalmente la mia carriera è decollata molti anni dopo. È con personaggi come Ben Affleck, Colin Farrell e soprattutto Johnny Depp che mi sono fatto un nome.
Questi tre attori in particolare hanno sfumature molto diverse fra loro: per doppiarli al meglio mi concentro sulla faccia e gli occhi e tralascio il resto del corpo. Non sforzo la voce camuffandola, ma cerco di caratterizzarla per dare a ciascuno un’impronta propria. Inutile dire che il doppiatore è anche attore, altrimenti non sarebbe in grado di esprimere solo attraverso la voce quello che l’interprete sul grande schermo rende anche con la propria fisicità. Vengo da una scuola di doppiaggio all’antica con direttori che si chiamavano Alfredo Giannetti e Ferruccio Amendola. Con loro si poteva arrivare a ripetere lo stesso ciak 20 volte.
Quando sei al buio dentro una saletta e spesso non hai neanche il tuo interlocutore accanto, perché si registra in turni differenti, devi per forza essere un professionista per riuscire a pescare dentro di te le emozioni che ti servono.
Ricordo quanto fu difficile doppiare In linea con l’assassino, il film con Colin Farrell diretto da Joel Schumacher. Farrell era bloccato in una cabina telefonica per tutto il tempo, ma la pressione psicologica a cui era sottoposto da parte di uno psicopatico lo portava a continui cambi di intensità vocale. Si può dire che abbiamo fatto i doppiatori tutti e due. Spesso mi immedesimo così tanto da rimanere afono quando ci sono scene urlate o in cui si piange molto. Un altro film difficile su cui lavorare è stato La maledizione della prima luna. Ho un timbro molto simile a quello di Depp, ma anche se l’ho doppiato in 7 film, compreso La maledizione del forziere fantasma, trovare il modo di rendere Sparrow è stato tutt’altro che immediato. Depp secondo me è l’attore migliore della sua generazione, camaleontico com’è. È una sorpresa continua. Per esempio nella versione originale di The libertine dice una serie di battute in italiano in modo così perfetto che, quando il direttore del doppiaggio me le ha fatte ascoltare per farmi uno scherzo, ho pensato davvero che fosse la mia voce. Ma nel ruolo di Sparrow Depp è sempre al limite della macchietta con le sue buffe movenze dinoccolate e le espressioni da cartone animato: dovevo stare attento a non scadere nel ridicolo.
Di norma seguo molto l’attore e cerco di rubargli qualcosa: il modo di dire la battuta, un piglio, un’intonazione. È chiaro che dopo tanti anni e tanti film diventa più facile trovare la giusta chiave di lettura per un personaggio, ma rimpiango i tempi in cui si faceva tutto più artigianalmente. Una volta c’era la calma per vedere tutto il film in lingua originale, adesso guardi le sequenze da doppiare mentre il direttore del doppiaggio ti racconta un po’ la trama. Vorrei tornare ad incidere gli anelli con la possibilità di ricontrollarli subito e rifarli immediatamente, se necessario, e mi piacerebbe lavorare con i colleghi quando nella scena c’è anche qualcun altro. La mancanza di tempo è davvero l’unica cosa che non mi piace di questo lavoro. Certo si guadagna bene ma è soprattutto la passione che ti spinge a doppiare e farlo bene. Una passione che evidentemente sentono anche i curatori delle edizioni italiane. Se in un film c’è Depp, ad esempio, sono proprio gli americani a fare il mio nome. Non c’è ufficialità, ma sono soddisfatti del risultato e vogliono mantenere lo standard. Anche gli stessi attori si interessano del doppiaggio e vogliono sapere chi si occuperà della loro voce, ma incontrarli è difficilissimo. Ricordo però che anni fa, quando ero la voce di Thomas Calabro, il Billy della serie Melrose Placemi arrivò un suo biglietto di ringraziamento! Lo aveva scritto personalmente.
(testimonianza raccolta da Valentina Neri)
Fonte: http://www.cinecitta.com/news/documenti/allegati/07.pdf